[SiSSi+BeaR, la demenza non ha limiti.] Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo. |
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fermentazionealcolica:version:2.1 ![]() about us sissi e bear, dobbiamo ancora inventarci che cazzo scrivere qui, ma lo faremo presto ò_O ![]() archive aprile 2006 marzo 2006 --- bukowski diario testi Lost comments: utente anonimo in in bagno utente anonimo in il cantico dei droga... utente anonimo in gran serata in citt... utente anonimo in viaggio etilico a ka... ![]() links ![]() counter *loading* visite. per aumentare il counter a ciodo, se vuoi (e se non vuoi ti costringiamo noi, non preoccuparti...) puoi sottoscrivere (che parolone) il nostro blog, in modo che splinder ti avvisi ogni volta che postiamo una nuova stronzata. asd, che figata ^_^ si suppone che nel caso in cui tu voglia sottoscrivere (asd) il nostro blog, sia in tuo dovere di clickare entusiasticamente il mouse con il tasto sinistro (destro se hai il topo da mancini) dopo aver posizionato il cursore esattamente qui [·] |
Oggi la Giglioz ci ha fatto vedere Viaggio a Kandahar. Sinceramente non ci ho capito un cazzo. Sarà che ho passato il tempo a picchiare Dario e a mandare i messaggini stupidini in giro e a dire alla Giulia "Yago", però non ne ho concluso assolutamente una bega marcia. Vabeh. La mia mamma tanto buona e cara mi ha comprato l'uovo di pasqua con dentro i Trudini e ho trovato una gallina. È la mia nuova migliore amica. Mi ricorda tanto la Sissi *_* La lettura di 3mSc procede, lenta e inesorabile. Non vedo l'ora di finirlo per non doverlo vedere mai più. Mi dà fastidio. La storia fa senso. Sembra una canzone di Vasca o di Sfigabue, mamma mia. Cioè, è scritto anche bene, ma perdiolamadonnaetuttiisanti... Può piacere solo ai bambini, dai... (o a Dario...) Uocciueri. Bea sbronzo nelle strade buie di qualche città, è notte, sei perso, dov'è la tua stanza? entri in un bar per trovare te stesso, ordini whisky con acqua, l'umidità viscida del dannato locale ti inzuppa fino alle maniche. è un pub di cialtroni, lo scotch è fiacco. ordini una bottiglia di birra. Madama Morte ti viene vicino in abito da sera. siede, le ordini birra, lei puzza di marcio, ti preme contro una gamba. il barman sogghigna. lo fai preoccupare, non sa dire chi sei, uno sbirro, un killer, un pazzo o un idiota. chiedi una vodka. versi la vodka nella bottiglia di birra. è l'una di notte in un mondo da cani. le chiedi quanto costa un pompino. ingolli il tuo cocktail, sa di olio per auto. lasci lì Madama Morte. e il barman ghignante. ti sei ricordato dov'è la tua stanza. la stanza con la bottiglia piena di vino sul comò. la stanza dove danzano gli scarafaggi. perfezione stellare dove muore l'amore ridendo. Sì, ho deciso che è la fine, perlomeno quella delle paranoie, della ricerca di amore, bla bla bla. The end of the world as we know it o qualcosa del genere, no? (No? Mi sento ignorante...) Comunque è figo accorgersi ogni giorno di essere maturata un pochino, di saper prendere decisioni che non sarei mai riuscita a prendere mesi fa, di essere in grado di dire certe cose, eccetera... È figo anche accorgersi di stare sfociando nella banalità in cui annegano diecimila blog il mio compreso ^_^ Ho appena inviato a Cavalletta il mio articolo per il prossimo numero. Ho dovuto supplicare un dj e un punk di concedermi un'intervista. Nachio. Beh, perlomeno adesso la mia gola avrà il piacere di rimanere integra fino alle riunioni della redazione per il prossimo numero del Megafono... Cioè tipo due settimane... (I hate myself and I wanna die, tanto tanto) Ho passato la mattina a cantare Guns of Brixton e Alvaro il Metallaro, sono contenta ^_^ Marlboro time. Bea Ho licenziato Dio gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell'anima e nel cuore. Le parole che dico non han più forma né accento si trasformano i suoni in un sordo lamento. Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco che illumina i fantasmi di questo osceno giuoco. Come potrò dire a mia madre che ho paura? Chi mi riparlerà di domani luminosi dove i muti canteranno e taceranno i noiosi quando riascolterò il vento tra le foglie sussurrare i silenzi che la sera raccoglie. Io che non vedo più che folletti di vetro che mi spiano davanti che mi ridono dietro. Come potrò dire la mia madre che ho paura? Perché non hanno fatto delle grandi pattumiere per i giorni già usati per queste ed altre sere. E chi, chi sarà mai il buttafuori del sole chi lo spinge ogni giorno sulla scena alle prime ore. E soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo? Come potrò dire a mia madre che ho paura? Quando scadrà l'affitto di questo corpo idiota allora avrò il mio premio come una buona nota. Mi citeran di monito a chi crede sia bello giocherellare a palla con il proprio cervello. Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito che qualcuno ha tracciato ai bordi dell'infinito. Come potrò dire a mia madre che ho paura? Tu che m'ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria. Fabrizio De André Ne è risultato che gli fa piacere piacermi. E che anche lui ha un qualche interesse nei miei confronti, ma un interesse amichevole, che non sale oltre un certo limite. Ci sono rimasta un po' male, ma fa niente. Ora, come da tradizione, dovrei fare la scoglionata depressa per un po' di tempo finché non mi passa e mi invaghisco di qualcun altro, ma temo che questa volta andrà diversamente. A Greg ci tengo abbastanza più o meno circa. E devo dire che non sono nemmeno tanto depressa, in effetti. Credo che continuerò a farmelo piacere in silenzio. (Quale matura decisione...) Bea Non fate caso al titolo, stavo rispondendo a una mia compagna di classe chiamasi Kiakkia che mi aveva appena domandato dove fosse un'altra compagna di classe chiamasi Sissi. Adesso c'è anche Dookie. Resoconti di vita bibliotecara. Sono seduta davanti a codesto PC con Dookie e Kiakkia ma immagino che la vostra immensa intelligenza e deduzione l'avessero già capito, in ogni caso non ho assolutamente una cippa da fare e dunque cazzeggio in cotal modo. Dookie è stupida. E ride quando scrivo che è stupida. E continua a ridere. E si sta sbellicando. Adesso la picchio. Non vuole quindi non la picchio. La Kiakkia è scema e concorda. Che divertimento (o tristezza che dir si voglia). Non passa neanche un figo da ammirare e dunque ce ne stiamo qui ad aspettare che un meteorite cada sul Curiel e devasti i Curiellini. Sono passate tre betoneghe. Sono uscite tre betoneghe. Il cielo è blu, o almeno credo. Il mousepad è brutto: "silicon valley store - Piazza Eremitani, 17 - 35121 PADOVA - Tel. 049/654221 - Fax 049/654281". No. Basta, va'. Bea You let me violate you You let me desecrate you You let me penetrate you You let me complicate you Help me I broke apart my insides Help me I’ve got no soul to tell Help me the only thing that works for me Help me get away from myself I want to fuck you like an animal I want to feel you from the inside I want to fuck you like an animal My whole existence is flawed You get me closer to god You can have my isolation You can have the hate that It brings You can have my absence of faith You can have my everything Help me tear down my reason Help me it's your sex I can smell Help me you make me perfect Help me become somebody else I want to fuck you like an animal I want to feel you from the inside I want to fuck you like an animal My whole existence is flawed You get me closer to god Through every forest, above the trees Within my stomach, scraped off my knees I drink the honey inside your hive You are the reason I stay alive Nine Inch Nails Ieri mi sono abbastanza più o meno circa ubriacata. Tra l'una e le due e le tre del pomeriggio mi sono riempita di Alcol di qualsiasi genere, dalle birre più schifose al mio amato Zedda Piras a una bottiglia di Aperol (una bottiglia intera di Aperol non è uno spritz). Poi mi sono anche finita il liquore che avevo portato a casa dalla Francia, tristezza. L'alcol non era ancora entrato in circolo quando sono arrivata in piazza delle erbe, ma ha cominciato a farlo piuttosto presto. La Dookie a un certo punto mi ha mollata seduta davanti al Bo' dicendomi qualcosa del tipo "torno tra dieci minuti" e poi non è più tornata, asd! O perlomeno credo che sia successo. Insomma, non che mi ricordi troppo, ecco. Qualcuno alla fine mi ha messa su un autobus e sono tornata a casa, per spantassare proprio davanti al cancello in modo da non farmi vedere ubriaca da mia madre. Sarebbero stati abbastanza cazzi amari. Va beh. Comunque mi sono all'incirca divertita. Credo di aver bevuto per non pensare a Greg, ma alla fine ci ho pensato lo stesso. Ieri sera mi sono dichiarata. Nel modo più squallido possibile (via sms). Certo, era un sms chilometrico, ma è squallido lo stesso. Non ha ancora risposto, credo che non abbia ancora acceso il cellulare. Meglio così. Quando lo farà dovrò cominciare a scavarmi la fossa. Comunque ho appena pranzato con due banane ricoperte di Nutella e con mezza dozzina di olive ascolane. Così rimetto su quei quattro chili che ho perso in questa settimana (a me piace la mia panza, che cazzo... almeno lei mi tiene compagnia quando il resto del mondo mi lascia da sola). Bea Eccomi qua, reduce da secoli senza internet e da una nottata a scuola in compagnia dei miei compagni scoppiati. Anzi, sKoppiati con la K, che me li ricorda di più. È impossibile ricostruire il filo logico e cronologico degli eventi, ho dei ricordi a sprazzi, del tipo un Vezz che accende le luci in aula magna e si mette a cantare sovrastando le bestemmie collettive, del tipo di una io che sveglia Wiecz e compagnia alle 3 di notte per andare a fare un allegro giro della scuola saltellando. Poi mi sembra di aver suonato un pezzo di basso con una chitarra classica. Per il resto ricordo solo tanto caffè d'orzo e un adesivo giallo con i peli del suddetto Vezz dalla parte della colla. Indagherò. Ho raccontato al mondo che "fellone" deriva da "fellatio", ma suppongo non sia vero. D'altra parte, Italia Unooooo. Mi sono appena messa al PC e i miei discorsi sono già totalmente sconnessi, ma non importa! Muky, ti amo. Asd. Beh, tanto salame ungherese con sopra la Nutella a tutti quanti. E un bacio saffico alla mia Nutellae slash Nicotina slash Gorgonzola slash Buffetta slash Cuea slash Sissi slash Cico. Viva Nomecognomeclasse! Bea Era mezzogiorno passato. Tom e Max camminavano in testa alla banda. Venivano giù per Broadway, a Los Angeles. C'erano più di cinquanta barboni che camminavano in gruppo dietro Tom e Max. Cinquanta e più barboni che strizzavano gli occhi, barcollavano, non erano granché sicuri di che cosa stava succedendo. I normali cittadini, i passanti, erano stupefatti. Si fermavano, si spostavano di lato, e guardavano. Certi erano spaventati, certi ridevano. Altri pensavano fosse uno scherzo, o un film in lavorazione. Il trucco era perfetto: gli attori sembravano dei veri barboni. Ma le macchine da presa, dov'erano? Tom e Max guidavano la marcia. «Senti, Max, io ne ho chiamati solo otto. Tu a quanti l'hai detto?» «Forse nove.» «Io vorrei sapere, ma che cazzo è successo?» «Devono essersi passati parola fra loro...» Continuarono ad andare avanti. Era come un sogno assurdo e impossibile a fermarsi. All'angolo della Settima Strada, il semaforo scattò sul rosso. Tom e Max si fermarono e tutti i barboni gli si ammucchiarono dietro aspettando. Un odore fatto di calzini e biancheria non lavata, di alcolici e aliti maleodoranti, si diffuse all'intorno in un istante. Il dirigibile della Goodyear descriveva circoli senza scopo, là in alto. Lo smog si posava, grigio-bluastro, sulle strade. Poi scattò il verde. Tom e Max fecero un passo avanti. I barboni gli andarono dietro. «Anche se me l'ero immaginato,» disse Tom «non riesco a credere che sta succedendo davvero.» «Eppure sta succedendo» fece Max. I barboni erano così tanti che qualcuno stava ancora attraversando la strada quando tornò a scattare il rosso. Ma loro continuarono a passare, bloccando il traffico, alcuni con una bottiglia di vino in mano, o in bocca. Marciavano e avanzavano, ma senza una canzone di battaglia o un inno. Solo il silenzio, a parte il rumore delle suole consumate sul marciapiede. Solo ogni tanto qualcuno diceva qualcosa. «Ehi, ma dove cazzo stiamo andando?» «Dammi un goccio di quella roba!» «Vaffanculo!»Il sole splendeva e bruciava. «Dobbiamo davvero andare avanti con questa cosa?» chiese Max. «Mi sentirei male di brutto se tornassimo indietro proprio adesso» dichiarò Tom. Poi si trovarono davanti a Bowarms. Tom e Max si fermarono un istante. Poi, insieme, avanzarono e passarono attraverso le imponenti porte di vetro. La massa di barboni li seguì, in una lunga fila di stracci. Avanzarono attraverso i saloni lussuosi. Gli inservienti li osservarono, senza realmente capire. ll reparto maschile era al primo piano. «Ora,» disse Tom «dobbiamo dare un esempio.» «Già» disse Max, incerto. «Dai, Max, forza!» «Uh, uh...» I barboni si erano fermati e li osservavano. Tom esitò un momento, poi andò alla sbarra dov'erano appesi i cappotti e ne sfilò via il primo, un modello in cuoio giallo con il collo di pelliccia. Lasciò cadere il suo vecchio cappotto e si infilò nel nuovo. Si avvicinò uno degli impiegati del grande magazzino, un tipetto tutto lindo con dei baffetti ben curati. «Desidera qualcosa, signore?» «Sì, questo qui mi piace e lo prendo. Lo metta sul mio conto.» «American Express, signore?» «No, Espresso Cinese.» «E io prendo questo,» disse Max infilandosi in uno strano modello in pelle di alligatore con tasche laterali, e un cappuccio orlato di pelliccia contro la pioggia. Tom prese un cappello da uno scaffale, un copricapo in stile cosacco, piuttosto ridicolo ma piacevole. «Questo va benissimo con la mia carnagione. Lo prendo.» E a quel punto, i barboni si misero in moto. Avanzarono, e cominciarono a mettersi cappotti e cappelli, e poi sciarpe, impermeabili, scarpe, maglioni, guanti e accessori vari. «Contanti o carta di credito, signore?» chiese una voce spaventata. «Metti in conto a tua sorella, stronzo!» Oppure, a un altro bancone: «Questo mi pare che le vada bene, signore.» «Ho il diritto di tornare a cambiarlo?» «Naturalmente, signore. Entro quattordici giorni.» «Sì ma tu tra quattordici giorni magari sarai morto.» Poi dal soffitto cominciò a suonare un allarme. Qualcuno si era reso conto che era iniziata un'invasione. I clienti che erano rimasti increduli a guardare cominciarono a disperdersi. Giunsero di corsa tre uomini, con dei vestiti grigi mal tagliati. Erano grossi, ma con più grasso che muscoli. Si lanciarono sui barboni come per portarli via di peso. Ma ce n'erano semplicemente troppi. I tre vennero completamente sommersi. Mentre lottava, però, tra bestemmie e minacce, una delle guardie giurate tirò fuori la pistola. Si udì uno sparo, ma era stato un gesto stupido e inutile, e l'uomo venne disarmato in fretta. All'improvviso si vide un barbone in cima alla scala mobile. Con la pistola. Era ubriaco. Non aveva mai avuto in mano una pistola prima di allora. Però la pistola gli piaceva. Prese la mira e sparò. Prese un manichino. La pallottola gli attraversò il collo. La testa finì per terra: morte di uno sciatore alla moda. La morte dell'oggetto sembrò ridestare i barboni. Si levò un potente grido di giubilo. Presero per le scale mobili e si dispersero per tutto il magazzino. Si misero a lanciare grida insensate. Per un momento, ogni senso di frustrazione e di fallimento scomparve. Avevano occhi brillanti, e movimenti rapidi. Era una scena strana, sgradevole e assurda. Si muovevano in fretta da un piano all'altro, da un reparto all'altro. Tom e Max avevano smesso di guidarli, oramai venivano trascinati. Cominciavano a venir rovesciati dei banconi, mentre degli specchi finivano in frantumi. Al banco dei cosmetici una ragazza giovane e bionda lanciò un grido, alzando in aria le braccia. Ciò attirò l'attenzione di uno dei barboni più giovani, che le tirò su il vestito e strillò: «Uau !». Si avvicinò un altro barbone, che afferrò la ragazza. Poi ne arrivò di corsa un altro. Ben presto una vera e propria banda la circondò, strappandole il vestito di dosso. Era davvero orribile. Eppure, ispirò degli altri barboni, che cominciarono a inseguire le commesse. «Gesù santissimo!» Tom esclamò. Tom riuscì a trovare un bancone intatto. Ci salì sopra e cominciò a urlare: "«No! Questo no! Basta! Io non volevo questo!». Max era lì accanto a Tom. «Ah, merda» disse piano. I barboni non si fermarono. Strapparono tende. Rovesciarono tavoli. Fracassarono altri banconi di vetro. Si udirono delle grida acute. Qualcosa si ruppe fragorosamente. Poi dardeggiò una lingua di fiamma, ma loro continuarono il saccheggio. Tom balzò giù dal suo bancone. L'intero episodio era durato meno di cinque minuti. Guardò in faccia Max. «Andiamo via da questo cazzo di posto!» Un altro sogno mandato in merda, un altro cane che crepa in strada, altri incubi di spazzatura. Tom si mise a correre e Max lo seguì. Presero la scala mobile e scesero. Tom e Max avevano ancora addosso i cappotti nuovi. Tolte le facce rosse e non rasate, sembravano quasi delle persone rispettabili. Al primo piano, si mischiarono alla folla. Alle porte c'era la polizia. Lasciavano uscire la gente ma non permettevano a nessuno di entrare. Tom aveva fregato una manciata di sigari. Ne passò uno a Max. «Dai, accendilo. Cerca di avere l'aria di una persona perbene.» Tom accese un sigaro per sé. «Ora, vediamo se riusciamo a uscire di qui.» «Secondo te li freghiamo, Tom?» «Boh. Cerca di avere l'aria di bancario, di un dottore...» «E che aria hanno?» «Stupida e soddisfatta.» Si mossero verso l'uscita. Non ebbero alcun problema. Vennero guidati fuori insieme a qualche altra persona. Sentirono dei colpi d'arma da fuoco all'interno. Si voltarono a guardare l'edificio. Da una finestra in alto si vedevano uscire le fiamme. Poco dopo sentirono l'urlo delle sirene in arrivo. Presero verso sud per tornare ai quartieri bassi. Quella notte loro due erano i due barboni meglio vestiti di tutto il dormitorio. Max era persino riuscito a rubare un orologio. Le lancette brillavano nel buio. La notte era appena all'inizio. Si distesero sui lettini mentre tutt'intorno cominciavano a russare. Era di nuovo tutto pieno, malgrado la massiccia retata del pomeriggio. Di barboni ce n'erano tanti da poter riempire ogni spazio libero. Tom tirò fuori due sigari e ne passò uno a Max. Li accesero e fumarono per un poco in silenzio. Dopo qualche minuto parlò Tom. «Ehi, Max...» «Sì?» «Non era così che doveva andare.» «Lo so. Ma va bene lo stesso.» Quelli avevano preso a russare sempre più forte, gradualmente. Tom tirò fuori da sotto il cuscino una nuova bottiglia da un quinto di vino. L'aprì e ne prese un sorso. «Max?» «Sì?» «Bevi?» «Certo.» Tom passò la bottiglia. Max ne prese un sorso e gliela restituì. «Grazie.» Tom fece scivolare la bottiglia sotto il cuscino. Era vino bianco. Nel dormitorio dei falliti il russare era fortissimo, come al solito. Tom non riusciva a dormire. Dovevano esserci sessanta cuccette, ed erano tutte occupate. Gli ubriachi russavano più forte, e la maggior parte di quelli che stavano lì erano ubriachi. Tom si alzò a sedere e guardò il chiaro di luna entrare dalle finestre e cadere sugli uomini addormentati. Si preparò una sigaretta, e l'accese. Tornò a guardare gli altri uomini. Che branco di brutti coglioni inutili e cazzoni. Anzi, altro che cazzoni. Le donne non li vogliono. Non li vuole nessuno. Non valgono un cazzo, ah, ah, ah, e lui era uno di loro. Tirò fuori la bottiglia da sotto il cuscino e si fece l'ultimo. L'ultimo goccio era sempre il più triste. Infilò il vuoto sotto la cuccetta e guardò di nuovo gli uomini che russavano. Manco a tirargli la bomba atomica, non ne valeva la pena. Tom si voltò verso il suo amico, Max, sulla cuccetta accanto. Max se ne stava disteso con gli occhi aperti. Era morto? «Ehi, Max!» «Uh?» «Non dormi?» «Non riesco. Hai notato? Molti di loro russano a tempo. Come mai?» «Non lo so, Max. C'è un sacco di cose che non so.» «Anch'io, Tom. Mi sa che sono scemo.» «Ti sa soltanto? Se sapessi con certezza di essere scemo, allora saresti furbo.» Max si mise a sedere sull'orlo del lettino. «Tom, pensi che ce ne andremo mai via di qui?» «C'è un modo solo...» «Sì?» «Sì... da morti.» Max si arrotolò una sigaretta e l'accese. Max stava male, stava sempre male quando si metteva a pensare alle cose. La cosa da fare era smettere di pensare, chiudere tutte le porte. «Ehi, Max» sentì la voce di Tom. «Sì?» «Ho pensato...» «Pensare è una stronzata...» «Ma io sto sempre a pensare a questa cosa.» «Ti è rimasto un goccetto?» «No, scusa. Ma senti...» «Merda secca, non voglio sentire!» Max si stese di nuovo sul lettino. Chiacchierare non serviva a nulla. Era uno spreco. «Guarda che te lo dico lo stesso, Max.» «OK, cazzo, dài...» «Tu li vedi, tutti questi tizi? Ce n'è un sacco, no? Barboni da tutte le parti.» «Certo, e quanto sono brutti...» «Insomma, Max, io sto tutto il tempo a pensare a come si potrebbe utilizzare tutto questo materiale umano. Così è semplicemente sprecato!» «Ma questi barboni non li vuole nessuno. Che cosa ci puoi fare, con loro? Tom si sentì vagamente eccitato. «Il fatto che questi non li vuole nessuno, è tutto a nostro vantaggio.» «Ma sei proprio sicuro?» «Certo. Vedi, in prigione non ce li vogliono perché poi gli tocca dargli da mangiare e da dormire. E tutti questi barboni non hanno nessun posto dove andare e niente da perdere.» «E allora?» «Ho pensato un sacco, la notte. Tipo: se potessimo metterli tutti insieme, come una mandria, li potremmo lanciare alla carica da qualche parte. E prendere noi il controllo, per un po', di certe situazioni...» «Tu sei pazzo!» disse Max. Però si alzò a sedere sul lettino. «Dimmi qualcosa di più...» Tom rise. «Beh, magari sono matto, ma continuo a pensare a questo spreco di materiale umano. Sono rimasto qui sveglio la notte a sognare le cose che ci si potrebbe fare...» Ora fu Max a ridere. «Ma tipo cosa, per amor di Dio?» La loro conversazione non disturbava nessuno. Intorno, tutti continuavano a russare. «Beh, è una specie di cosa che continua a girarmi in testa da un pezzo. Sì, può darsi benissimo che sia pazzo. Comunque...» «Sì?» chiese Max. «Non ridere. Magari il vino mi ha mangiato il cervello.» «Cercherò di non ridere.» Tom tirò una boccata dalla sigaretta, poi espirò. «Beh, vedi, mi viene in testa questa visione di tutti i barboni che riusciamo a trovare che scendono giù per Broadway, proprio qui a Los Angeles, tutti quanti, in mucchio, che vengono avanti...» «Beh, e allora?» «Beh, è un casino di gente. Tipo, la vendetta dei dannati. Un corteo di scarti umani. Sembra quasi una specie di film. È come se vedessi le macchine da presa, le luci, il regista. La Marcia degli Sconfitti. L'Insurrezione dei Morti! Accidenti, è proprio forte!» «Io credo" disse Max "che dovresti proprio lasciar perdere il porto e tornare al vino bianco e basta.» «Tu dici, eh?» «Sì. OK, insomma, così abbiamo tutti questi barboni che vengono avanti per Broadway, per l'ora diciamo tipo a mezzogiorno, mezzogiorno di fuoco, e allora?» «Beh, allora li portiamo fino al più grosso e più assurdo dei grandi magazzini alla moda della città...» «Vuoi dire, Bowarms?» «Sì, Max. Da Bowarms c'è tutto: i vini migliori, i vestiti più belli, orologi, radio, tivù, tutto quello che vuoi, tu di' che cosa vuoi e quelli ce l'hanno...» Proprio allora un vecchio, qualche lettino più in là, si tirò su a sedere, spalancò al massimo gli occhi, e strillò: "Dio è una negra lesbica di duecento chili!». Poi ricascò sul suo lettino. «Quello là ce lo portiamo?» chiese Max. «Come no? Lui è uno dei migliori. Quale prigione vuoi che se lo prenda?» «OK, allora, entriamo dentro Bowarms. E poi?» «Cerca di immaginartelo visivamente. Si tratta giusto di entrare e poi di uscire. Saremo in troppi perché le guardie della sicurezza possano fermarci. Immagina: noi ci mettiamo semplicemente a prendere, e basta. Magari puoi pure dare un pizzicotto al culo di una delle commesse. Qualsiasi pezzo del sogno che non abbiamo più, te lo prendi e via, prendi qualsiasi cosa, prendi tutto quello che vuoi. E poi via, ce ne andiamo.» «Tom, potrebbero esserci un sacco di teste rotte. Non sarà mica un picnic nel paese delle meraviglie...» «No, ma neppure la vita che facciamo lo è! Ci stiamo lasciando seppellire vivi, per sempre, senza nemmeno una protesta...» «Tom, caro mio, mi sa che hai fatto proprio una bella pensata. Ora, come facciamo a organizzarla, questa storia?» «Bene, prima di tutto stabiliamo un giorno e un'ora. Poi, tu conosci una dozzina di tipi da poter schierare?» «Direi di sì.» «Anch'io ne conosco una dozzina.» «E se qualcuno parla con la polizia?» «Improbabile. E poi, che abbiamo da perdere?» «Giusto.» Il mondo è così privo d'amore, io disimparo ad odiare in fondo se perdi il controllo non fai niente di male io ricerco lo scontro ma conosco la pace pensi a quello che farai e a quello che smetterai di fare la pioggia, le feste, il dottore, l'alcohol, i discorsi, le moto degli altri, l'acqua calda, il fumo, l'arrosto, costruire una capanna, i massaggi, la crisi, le associazioni, la suora, il prete, gli sposi, la marijuana fanno bene fanno male, sto bene sto male fanno bene fanno male, sto bene sto male farsi domande a risposte che non avete affatto fai una cosa poi non sai più se ci credi poi tanto avere orologi sballati o non averne affatto (strano, strano) se non sbaglio stamattina era il 1904 le sfide, le vacanze, lo stato, la frutta, i soldi, mangiarsi le unghie gli amici imborghesiti, sado-maso, l'erba voglio, cibo giapponese, i dischi, capire Battiato, film d'orrore, le case chiuse fanno bene fanno male, sto bene sto male (the song of nothing) fanno bene fanno male, sto bene sto male (the power of nothing) fanno bene fanno male, sto bene sto male, infatti fa bene fa male gli effetti speciali, la polizia, travestirsi, la censura, l'oppio, la religione, il lego, l'assenzio fanno bene fanno male, sto bene sto male (the song of nothing) fanno bene fanno male, sto bene sto male (the power of nothing) fanno bene fanno male, sto bene sto male, fa bene fa male, fate male e state bene invece... sto bene sto male Bluvertigo |
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